Oggetti d’amore

OGGETTI D’AMORE

  L’uso creativo degli oggetti in psicoterapia Biosistemica

 

In memoria di Mimmo, grande mago delle cose.

Gli oggetti sono molto più che semplici cose

Molti di noi hanno stabilito sin da bambini un legame d’attaccamento molto forte con oggetti di qualsiasi tipo: giocattoli, lettere, libri, conchiglie, gioielli, case, foto, abiti e tanto altro. Il legame si stabilisce perché c’è una relazione emotiva collegata a tali oggetti, una persona, un ricordo, un evento, una circostanza particolare. Questo legame con gli oggetti spesso perdura anche nell’età adulta, fino ad assumere anche aspetti feticisti per alcuni. Alcune tipologie umane hanno un rapporto particolare con gli oggetti, come il collezionismo delle persone con tratti ossessivi, l’isolamento con l’oggetto delle persone con disturbi autistici oppure il legame possessivo con gli oggetti delle persone che fanno acquisti compulsivi. Donald Winnicott trattò diffusamente del concetto di oggetto transizionale, che permette al bambino una separazione graduale dalla madre ma gestita da lui stesso. Non deve sfuggire però che l’oggetto transizionale non è solo un concetto, bensì un oggetto concreto, un bambolotto, un ciuccio, un pezzo di stoffa che il bambino elegge in funzione sostitutiva della madre. Un oggetto che deve essere preservato nella sua integrità, mai nemmeno lavato, né tantomeno sostituito con uno identico. Gli oggetti fanno parte della nostra vita a tutte le età e diverse sono le funzioni che gli attribuiamo, oltre a quella concreta per cui sono stati creati. Funzioni legate generalmente alla nostra innata e naturale capacità proiettiva. Ad esempio nell’età adulta c’è un oggetto che é investito affettivamente ed ha assunto per molte persone quasi la valenza di essere vivente: l’automobile. Al punto di far dire ad alcuni in caso di piccolo incidente “mi ha toccato” quando in realtà sono solo due paraurti che sono entrati in collisione. L’oggetto-auto in questi tempi si configura come simbolo di potere, seduzione, spesso vissuto come un sostituto della casa, spesso unico spazio vitale libero e personale per alcune persone, soprattutto maschi. Altro oggetto divenuto simbolo della nostra società è il telefono cellulare, che ha cambiato il modo di comunicare tra le persone, arricchendolo sicuramente di possibilità e spesso impoverendolo di contenuti affettivi. Anche in questo caso è un oggetto per il quale molte persone hanno sviluppato una vera e propria dipendenza. E un ultimo oggetto che non si può non menzionare per l’immenso potere che ha e che soprattutto, gli attribuiamo: la televisione. Da oggetto di compagnia per sentire meno la solitudine a baby-sitter, da strumento di propaganda, come mezzo di distrazione è profondamente radicato nelle nostre vite.

Ma questa trattazione non intende addentrarsi in un’analisi sociologica del fenomeno, bensì intende parlare degli oggetti utilizzati ed utilizzabili in psicoterapia.

In psicoterapia si possono utilizzare oggetti di vario tipo e per svariati scopi; ad esempio gli oggetti che stavano nello studio di Milton Erickson erano circa quattrocento, egli li utilizzava per costruirci metafore ipnotiche terapeutiche. Questa è una categoria di oggetti utilizzati con una funzione speciale: gli oggetti terapeutici, cioè usati da vari terapeuti nelle sessioni di psicoterapia; questi sono deliberatamente caricati di emotività. I primi oggetti utilizzati in senso terapeutico sono probabilmente tutte quelle cose che gli sciamani di ogni cultura hanno da sempre utilizzato nei loro riti magici come pietre, zampe o denti di animali, ecc. Tali riti animistici e primitivi avevano (ed hanno) un profondo potere terapeutico, dovuto proprio all’attribuzione di significato simbolico che era loro conferita. In questo periodo Alejandro Jodorowsky e suo figlio Cristobal utilizzano oggetti e rituali nella loro Psicomagia. Altri antesignani, ma più recenti e accademici degli oggetti terapeutici degli sciamani, sono il pendolino utilizzato dai primi ipnotisti, il famoso lettino psicanalitico di Freud, le sculture di creta e i disegni dell’arteterapia, la sabbia della Sand Play Therapy, la sedia vuota della Gestalt, gli schemi dei transazionalisti, gli accumulatori di orgone  di Wilhelm Reich, il teatro psicodrammatico di J. L. Moreno, poi il cavalletto utilizzato dalla Bioenergetica di Alexander Lowen per indicarne i principali.

Noi desideriamo occuparci degli oggetti utili e utilizzabili in un tipo di psicoterapia integrata come la Biosistemica, che comprende anche un lavoro corporeo. La Biosistemica, una psicoterapia corporea nata negli anni ottanta in Italia dalle idee dello psichiatra americano Jerome Liss è caratterizzata da alcune specificità (concetti di autori di riferimento storici del metodo) e alcune modalità assimilate da altri approcci affini che ne hanno contrassegnato l’evoluzione; eccone qui un sommario elenco: osservazione globale della persona: mente e corpo come un sistema inscindibile all’interno di una visione fenomenologica dell’essere umano, ascolto profondo e intuizione dei bisogni profondi tramite esperienza personale ed empatia corporea, identificazione privilegiata al posto dell’interpretazione, l’uso di tecniche come Parola chiave e Frasi direzionali (J. Liss), grande attenzione al Gesto chiave (M. Stupiggia) e al Momento chiave (R. Fiumara), visualizzazioni e azioni del terapeuta come graduale esposizione a emozioni difficili da gestire (neuroni specchio, G. Rizzolatti e C.), domande e costante feedback centrato sulla relazione nel “momento presente” e nelle loro “forme vitali” (D. Stern), possibilità di contatto fisico espressivo e/o di sostegno, valorizzazione delle risorse somatiche nel lavoro sui traumi (P. Ogden), grande attenzione a occhi e sguardo (W. Reich), uso creativo di oggetti in terapia comprese le fotografie (J. Weiser), lavoro sulla respirazione (G. Downing), psicofisiologia delle emozioni in riferimento all’amplificazione di gesto e voce: curva energetica ascendente del simpatico e affondo nel parasimpatico con espressione di relative emozioni vulnerabili (E. Gellhorn), la teoria del sistema di inibizione dell’azione (H. Laborit), linee di sviluppo della persona secondo i foglietti embrionali: mesoderma, endoderma, ectoderma (D. Boadella), concetto di finestra di tolleranza (D. Siegel) e capacità di autoregolazione (A. Shore), drammatizzazione (J. L. Moreno) parlare in modo diretto: “parlare a” anziché “parlare di” (F. S. Perls), epistemologia del rispetto: chiedere il permesso per poter lavorare e ad ogni passo successivo verificare la reale disponibilità della persona a proseguire, molta attenzione alla soluzione, non solo al problema, grande importanza data alla storia infantile del paziente al fine di portare a un completamento simbolico attuale di antiche esperienze di base della persona incomplete (L. Rispoli), frammentate, carenti o mancanti. Questo ultimo concetto affonda le sue radici nell’idea di esperienza emotiva correttiva di F. Alexander. Per approfondimento di questi concetti rimando alla lettura dei testi specifici citati in bibliografia.

Per psicoterapia corporea s’intendono le principali psicoterapie corporee attuali: Biosistemica, Bioenergetica, Corenergetica, Funzionale, Biodinamica, Somatica, Biosintesi, Body Therapy, Vegetoterapia  reichiana e neoreichiana, Organismica. Esistono anche altre terapie body oriented come il Rolfing, Watsu, Feldenkrais, Rebirthing per citarne alcune ma non sono da considerarsi in senso stretto psicoterapie. In ognuna di queste la centralità del corpo le contraddistingue rispetto ad altre in cui c’è la totale prevalenza dell’utilizzo della parola. Nelle psicoterapie corporee è spesso di ausilio l’uso di oggetti. Ne esiste veramente un’ampia scelta: sacchi, cuscinoni imbottiti, cubi, rulli, corde, succhiotti, bastoni, racchette, pelouche, bambolotti, specchi, lenzuola, acqua, bende, tappi per orecchie, attrezzature sessuali (nella sessuologia statunitense), stetoscopi, apparecchiature per il biofeedback e molto altro. La Biosistemica è un approccio molto duttile e flessibile, si presta particolarmente all’uso di oggetti, al lavoro corporeo, a quello verbale e coniugando queste cose assieme. La profonda terapeuticità degli oggetti in Biosistemica è data soprattutto dalla duplice funzione: sia la possibilità di lavoro fisico per lavorare con le curve energetiche tipiche del metodo, sia anche d’investimento affettivo, cioè di usare intenzionalmente la capacità umana di proiettare una vasta gamma di contenuti affettivi in forme fisiche inanimate. E di interagirvi con costrutto.  Senza la nostra immaginazione un cuscino è semplicemente un cuscino, invece possiamo ad esempio pensare vividamente che esso sia un aggressore o una figura importante della nostra infanzia. E’ soggettivamente vissuto spesso come molto utile il fatto che si possa porre per un po’ fuori di noi un “qualcosa”, un contenuto che prima stava dentro di noi creando disturbo e conflitto; esternare consapevolmente una parte “cattiva” rende momentaneamente più liberi, dà più spazio alle parti “buone”, permette la sensazione di poter gestire maggiormente la situazione e l’ambivalenza sia interna che esterna. In seguito ne permette la riappropriazione dopo averlo “purificato” dalle emozioni più disturbanti. Nella psicoterapia corporea a differenza di quelle solamente verbali si può fare un passo rilevante nella risoluzione dei traumi facendo sì che la pulsione aggressiva sia scaricata all’esterno (Peter Levine). Il fatto di compiere gesti emotivamente espressivi aiuta il soggetto a uscire dal sistema d’inibizione dell’azione (Henry Laborit) e quindi mette il cervello e le sue strutture profonde in condizione di poter pensare agli eventi accaduti e a noi stessi in modo nuovo e più produttivo (Bessel Van der Kolk).

La capacità di potere vedere e poi sentire, poi infine recuperare le nostre proiezioni connettendoci al nostro corpo è uno degli obiettivi della psicoterapia Biosistemica; si lavora per aiutare il cliente a fare questo: “parlare a” anziché “parlare di”, muovere il corpo anziché lasciarlo immobile, sentirlo per entrare maggiormente nei vissuti psicocorporei, che sono la chiave di volta del cambiamento.

Ci sono essenzialmente varie tipologie di oggetti terapeutici che possiamo distinguere in varie categorie a secondo la loro funzione: regressivi, aggressivi, proiettivi, deprivanti, energizzanti e altri.

Tra le emozioni maggiormente soggette a repressione negli esseri umani ci sono da un lato l’aggressività, la protesta, la rabbia e dall’altro le emozioni legate alla tenerezza, al bisogno di protezione, all’accudimento, alla vicinanza nel dolore. Queste due polarità in Biosistemica sono identificate rispettivamente come le emozioni legate al ramo simpatico del sistema nervoso e le emozioni legate al parasimpatico. In terapia è necessario occuparsi di entrambe queste polarità per favorire una dinamica più fluida tra le une e le altre sperimentando così una maggiore integrazione e centratura. Franco Fornari scriveva che l’analisi non cura, si prende cura. Infatti, per prendersi cura di qualcuno è necessario che la persona sia aiutata a risentire integralmente vissuti di momenti critici della propria vita, pure rimanendo ovviamente adulta e consapevole delle sue risorse attuali.

Oggetti “regressivi”

Alcuni oggetti (la parola “oggetto” d’ora in poi sarà usata in senso lato, cioè ad indicare anche metodiche quali le immersioni in acqua calda) hanno una evidente e peculiare azione regressiva, come stare rannicchiati in una termocoperta. Esse sono state utilizzate molto sin dagli anni ’70 dai Rebirthers e in questo periodo riscoperte grazie alla notevole diffusione delle terapie alternative. Sono generalmente abbinate a massaggi tipo Watsu o a tecniche di respirazione circolare come la respirazione olotropica di Stanislaw Grof. L’azione dell’acqua calda induce nella maggior parte delle persone un profondo rilassamento e stati regressivi anche di probabile origine uterina dovuti alla memoria stato-dipendente. Secondo alcuni studiosi grazie a sedute di respirazione in acqua calda si possono recuperare momenti legati alla propria nascita che hanno bisogno di essere integrati, cioè rivissuti per rimuovere le emozioni negative a essi associati. Possiamo immaginare un cliente di quarant’anni succhiare un biberon alternando momenti di pianto a altri di beatitudine? Può essere possibile, a patto che la persona in questione sia disponibile a lasciarsi andare a una profonda e consapevole regressione. La persona in questo caso risente una cosa bella che si è perduta, che ha avuto poco o male e questa elaborazione lo rende più libero di stare nella vita quotidiana in situazioni che gli ricordano una sua ferita nel ricevere. Gli oggetti regressivi favoriscono la regressione e hanno la funzione di creare le condizioni in cui la persona può richiamare alla memoria sensazioni sepolte, rimosse e tali ricordi sono inevitabilmente legati al corpo. Per regressione intendo l’esplorazione di vissuti che contengono elementi arcaici così intensi
e tali che la persona può dire “ora mi sento come se avessi tre anni”. E’ la costruzione e ricostruzione di uno stato antico, di una memoria “somatica” che quando è recuperata rende finalmente libere e disponibili le forze che la persona utilizzava per tenerla bloccata e proteggersi. Del resto alcune delle geniali intuizioni di W. Reich sono continuamente confermate e ampliate dai terapeuti che lavorano sul corpo. Un altro oggetto regressivo è il sacco a pelo, esso è usato per ricreare un ambiente caldo, ristretto, con confini, uterino cioè capace di evocare ricordi antichissimi, anche appartenenti alla vita prenatale.  Con la medesima funzione possono essere usati plaids e coperte, la posizione sdraiata (già di per sé regressiva, rispetto a quella seduta o in piedi) e massaggi dolci, l’uso di certe musiche che ricordano il battito cardiaco o suoni d’acqua.

Oggetti “aggressivi”

Per oggetti aggressivi s’intende tutti quelli che permettono di scaricare l’aggressività tramite l’uso espressivo dei muscoli, della mimica, della voce poco utilizzate dal sistema nervoso. Si possono per batterti sopra materassi, cuscini e questo si può fare con racchette, bastoni (o le mani nude, sia piatte che a pugno, o persino graffiando, poiché ognuno ha un suo modo tipico di esprimere la rabbia, che a sua volta muta nel tempo e nelle situazioni). Tra i tanti cito un esercizio molto usato in Bioenergetica che prevede l’effettuazione di svariate decine di colpi sul materasso con le braccia. E’ un lavoro molto faticoso, ma profondamente utile a sciogliere tensioni alle spalle e alla schiena, ad affermare la propria forza e assertività, soprattutto se usato assieme all’uso della voce. E’ usato per stimolare l’assertività e la forza dell’io adulto. Un altro tipo di lavoro prevede di strappare lentamente o velocemente dei fogli di carta. Può sembrare una cosa da poco, ma in realtà, se è veramente sentito è di grande impatto, può dare molto chiaramente la sensazione della propria rabbia distruttiva.

Oggetti “proiettivi”

Per oggetti proiettivi s’intendono tutti quelle cose utili a proiettarvi esplicitamente dei vissuti. Sono molto utilizzati in svariate terapie e la loro diffusione è dovuta alla psicoterapia della Gestalt di Fritz Perls, in cui il concetto di proiezione è fondante. Ad esempio, un bambolotto o un pelouche può essere molto efficacemente utilizzato per far sperimentare sensazioni ed emozioni riguardo la maternità, oppure proiettare se stessi sull’oggetto e fare ad esso ciò che è mancato a noi. Questo è un lavoro veramente molto profondo, adatto a fasi molto evolute della terapia. Va a toccare direttamente temi di accudimento insoddisfacente, deprivante o invasivo e promuove la riscoperta di vissuti molto dolorosi. A mio avviso la Biosistemica nell’utilizzare un oggetto fa un passo molto avanti rispetto ad esempio alla sedia vuota, tecnica tipica della Gestalt. Se in un dato momento della seduta il paziente sente un’emozione potente per l’essere umano come la tenerezza, il suo corpo è frequentemente portato a volerla anche esprimere. Esprimere tenerezza con una sedia di legno o metallo è quantomeno difficile, se non impossibile o grottesco. Nel caso in cui si utilizzi un oggetto proiettivo come ad esempio un orsetto di pelouche, la tenerezza può essere espressa, con una notevole messa  in moto di sentimenti, sensazioni che altrimenti il paziente non avrebbe incontrato. Si trasforma in un’esperienza molto forte, difficilmente dimenticabile. Proprio come tutte le esperienze, proprio perché multisensoriali, sono ricordate più facilmente delle sole espressioni verbali, relegate a un impatto sensoriale sicuramente più basso. Un altro oggetto proiettivo usato in terapia è lo specchio. E’ molto adatto per lavori di consapevolezza emotiva e nelle sessioni sulle posture fisiche. Va comunque precisato che la materialità stessa dell’oggetto ne limita la possibilità proiettiva. Un ottimo esempio di oggetto proiettivo si trova nel film “Cast Away” (2000) interpretato da Tom Hanks in cui il protagonista, naufrago in un’isola deserta, a causa della solitudine estrema instaura un disperato rapporto affettivo con un pallone di cuoio Wilson, fino a rischiare la vita per timore di perderlo. L’oggetto, in quel caso è l’antidoto simbolico al vuoto relazionale, una specie di amico immaginario, un modo come un altro per cercare di salvare l’equilibrio psichico.

Oggetti “deprivanti”

Gli oggetti deprivanti sono quelli che momentaneamente sospendono l’uso di uno o più sensi, in genere bende per togliere la possibilità di vedere e tappi per la possibilità di sentire, corde per limitare la mobilità o cuscini per inibire l’uso della voce. Ci sono vari metodi che utilizzano oggetti efficaci per esplorare le reazioni dell’individuo davanti a paure, mancanza di sicurezze. Togliendo una capacità sensoriale le altre sono acuite e danno anche al soggetto un’esperienza utile a comprendere il proprio funzionamento in condizioni differenti e possono favorire l’emergere di dinamiche emotive e/o ricordi significativi. Possono dare sensazioni di panico e ansia, sta nel terapeuta valutare la possibilità di sospendere il lavoro qualora i vissuti della persona tendano a diventare difficili da sostenere senza disorganizzarsi in qualche modo, emozioni e stati fuori dalla personale “finestra di tolleranza” (D. Siegel).

Oggetti “energizzanti”

Per oggetti energizzanti s’intendono tutti quelli che promuovono un aumento della respirazione e quindi dell’energia, ad esempio il cavalletto bioenergetico, il rullo della Corenergetica, il “cestino” (usato nella pratica dello yoga) e tutti i vari tipi di forme che possono essere messe sotto la schiena per aumentare la respirazione, la capacità polmonare e favorire l’apertura del torace e della parte anteriore del corpo, generalmente molto trattenuta da tensioni croniche ma anche carica di sensazioni ed emozioni molto intense.

Anche gli strumenti musicali sono profondamente terapeutici per ciò che riguarda l’energia, sia nell’ascolto sia nell’uso. Tra i tanti molto importanti sono il tamburo e il didjeridoo australiano.

Anche la pila per gli esercizi con gli occhi usata in Vegetoterapia caratteroanalitica ha la funzione di attivare e mobilitare capacità psichiche assopite, ricordi spesso dolorosi e risorse inutilizzate.

Altri

Questi altri possono essere, tra gli altri, oggetti da massaggio: oli, palle, massaggiatori di legno, lettini fisioterapeutici, oppure oggetti da riflessione e meditazione: candele, immagini, fotografie, ma anche le mani, gli occhi e in qualche modo l’intero corpo e presenza del terapeuta.

Propri

Questi oggetti appartengono ai clienti, che li portano con sé o ne parlano in seduta. Possono essere anelli, bracciali, portachiavi, abiti o tatuaggi. Importante rilevare che fare qualche domanda e lasciarsi guidare dalla nostra naturale curiosità può rivelare fatti e informazioni molto importanti.

Tre esempi di sedute in cui sono stati utilizzati oggetti

In tutti e tre i casi che seguono vengono utilizzate tecniche della Biosistemica: l’amplificazione della curva energetica, le parole chiave e le frasi direzionali, l’identificazione, l’uso di oggetti, il parlare in modo diretto, sostegno fisico ed emotivo, per citarne alcuni.

I nomi e alcuni dettagli sono stati alterati per rendere irriconoscibili le situazioni e le persone cui mi riferisco.

La sottoveste di Silvana

Silvana, una donna quarantenne dal corpo massiccio e rigido faceva da alcuni mesi regolari sedute di terapia per venire a capo di problemi d’ ansia e tachicardia, sopraggiunti dopo la morte dell’anziana madre con la quale aveva un rapporto aspro, fatto di reciproci rimproveri e litigi continui. Un giorno venne in seduta con una busta di plastica. Contrariamente al solito era silenziosa, solenne e trepidante. Intuii che stava per accadere qualcosa di “rituale”, d’importante. Disse: “Oggi ho portato una cosa dalla casa di mia madre.” E tirò fuori dalla busta una sottoveste. “L’ho presa dalla casa della mia mamma…. è l’ultima cosa che ha indossato!” Già l’utilizzo della parola mamma, da lei mai usata finora in seduta, mi fece capire che un’emozione stava affiorando.

Guardava quell’indumento con occhi lucidi, ma l’emozione era trattenuta, frenata. Le suggerii di avvicinare dolcemente la sottoveste al viso e odorarla. Pronunciando la parola Mamma. Più volte. Gridandolo. Più volte.

Silvana si lasciò condurre in quell’esplorazione da lei stessa richiesta.

Pianse molto, con singhiozzi e a più riprese. Non la interruppi e le diedi sostegno per almeno dieci minuti, mentre il pianto arrivava a ondate. Ogni tanto le suggerivo: “Lascia che venga… è il tuo dolore.” Aggiunsi:  “Puoi chiamarla, ma non arriva…. non può arrivare… non arriverà mai più! E ora che lei se n’è andata, forse senti che questo dolore è attuale e antico assieme. “E’ da tanto tempo che hai perso la tua mamma… E ora, come non mai, ti stai finalmente permettendo di sentirne la mancanza”.  “E’ come se mi mancasse da sempre… mi manca da sempre…” E ricomincia il pianto, che scioglie un antico nodo doloroso. Dopo questa seduta rituale in cui Silvana ha sentito di poter piangere come faceva da bambina, non ha avuto tachicardie e ansia, ma ha sentito un mutamento di tutta la sua sensibilità, si è sentita aperta, ma anche fiduciosa. Sentì anche che non nutriva più rancore per la madre, quel sentimento era sostituito da un senso di tristezza, calma e affetto.

In questo stralcio di seduta si vede come sia stata la stessa cliente a portare in seduta un oggetto terapeutico, appartenuto alla madre, da cui desiderava separarsi e individuarsi, sciogliere il nodo di rancore e dolore che la imprigionava. La sottoveste e il suo odore, unitamente al manifesto desiderio di Silvana di lavorare su sé, hanno permesso di fare una seduta utile, che sicuramente si poteva fare anche senza quell’oggetto ma poiché la terapia esiste per le persone, è importante seguire le piste utili e creative che a volte le stesse persone ci offrono. Queste indicazioni sono spesso le più profonde, personali e davvero su misura.

Il figlio di Marianna

Marianna era una giovane donna che aveva appena perduto un bambino alla fine della gravidanza. Davanti a quell’evento si era come impietrita, aveva un’espressione attonita e imbambolata, come se un vetro la separasse dalla realtà. Venne in studio lamentando stanchezza estrema e altri segni di depressione. Dal primo colloquio emerse chiaramente l’evento di un paio di mesi prima e la risposta passiva della cliente: si era come ibernata, era dentro un bozzolo, non sentiva la potenza devastante del dolore che l’aveva colpita. Dopo aver valutato la forza dell’io, l’assenza di psicosi, esaminato la sua storia personale e stabilito una buona alleanza di lavoro, durante la quarta seduta colgo l’occasione di un sogno che fece Marianna per lavorare sul suo trauma. Sognò che una bambina annegava nella sua vasca da bagno e lei non poteva farci nulla, assisteva impotente e basta. Mentre raccontava il sogno, s’inumidirono gli occhi e io procedetti in questo modo:

-Vedo che i tuoi occhi sono pieni di emozione…

-Annuisce (e cerca di deglutire l’emozione).

-Stai con quello che senti nel corpo e descrivilo… mentre respiri… (aveva smesso di respirare per frenare l’ondata emotiva)

-Mi commuove… vedere quella bambina… nell’acqua…

In quel momento prendo un orsacchiotto di pelouche e lo porgo a Marianna. Immagina che la bambina nell’acqua è questa… dove sta…

Marianna lo prende con crescente commozione e lo depone davanti a lei, ai suoi piedi. Lo appoggia e inizia a piangere più copiosamente. Si stava scongelando tutto il dolore di quell’esperienza non elaborata.

-Marianna, apri il tuo cuore e dì quello che hai dentro alla bambina… ora..

-… Mi dispiace… mi dispiace…

-Cos’altro?

-… ti voglio bene… non è colpa mia… non è stata colpa mia… (Piange profondamente con grandi singhiozzi.)

-A chi stai parlando ora?

-Al mio bambino… Giacomo. (Il pianto è ora profondo)

-Chiama il suo nome. Chiamalo forte.

-Giacomo.

-Ancora una volta, più forte.

-Giacomooo. (Il pianto è ora profondissimo, ed è scossa da profondi singhiozzi.)

-Cosa puoi fare ora, qui…

-Marianna prende l’orsacchiotto-figlio e lo stringe a sé, continuando a piangere.

-In ospedale non ti hanno permesso di fare questo, vero?

-Esatto, sentivo che avrei dovuto farlo allora, ma io ho avuto paura e loro me l’hanno nascosto subito. L’ho solo intravisto. Poi mi hanno sedata perché urlavo. Poi non ci sono stata più… e i miei non hanno voluto che andassi al suo funerale. In quel momento Marianna si lasciò andare di colpo sulla poltrona, come se il corpo non avesse più scheletro. Era necessario aiutarla a riprendere immediatamente tono, forma, mesoderma.

-Ora non sei sedata. E ci sei. Cerco e ottengo il suo sguardo, le porgo le mani che lei stringe forte. Si tira su. Ora qui puoi davvero fare ciò che vuoi.

-Marianna si raccoglie in sé, accelera il respiro e inizia ad imprecare contro i medici, contro tutti…la lascio fare e la incito ad andare fino in fondo. Le offro un cuscino di pelle contro cui scalciare e urlare la sua rabbia. Dopo un lungo sfogo Marianna sembra tornare alla realtà del suo dolore. Riprende l’orsacchiotto-figlio, lo stringe a sé e iniziamo a dare forma a un vero addio. L’addio a un sogno cullato per nove mesi nel suo grembo.

Il lavoro è proseguito a lungo, per mesi periodicamente si tornava a parlare e a risentire le emozioni di quella seduta intensa e decisiva e per le molte implicazioni a essa legate, ad esempio il clima familiare iperprotettivo in cui Marianna era cresciuta, caratterizzato da una profondissima paura delle emozioni da parte di entrambi i genitori. Marianna tornò a risentire la vita, dolore compreso. Sentendo anche di essere molto sola nel provare i suoi dolori. Dopo otto mesi rimase nuovamente incinta, pronta per esserlo. Stava aspettando una bimba.

E cambiò ospedale in cui farla nascere!

Il legame di Piero e Anna

Piero e Anna sono una coppia conflittuale, di quelle unioni abbastanza consapevoli, con ampio margine di salvabilità del rapporto, che si rivolgono in tempo utile a un terapista. Una vera rarità! Anche la loro sessualità mostra unione e continuità.

Piero è un quarantenne apparentemente tranquillo, ama i divertimenti, mai avuto rapporti realmente impegnativi tranne quello costruito con Anna negli ultimi tre anni.

Piero è figlio unico di madre vedova sin dalla nascita del figlio. La madre è molto possessiva nei suoi confronti e lui è faticosamente uscito da casa solo per andare ad abitare con Anna. Lui dice di preferire la convivenza perché il matrimonio è troppo impegnativo, non si sa mai.

Anna è una donna trentenne, piccina, dai modi dolci, ha perso il padre a dieci anni, sa che vuole Piero perché le dà sicurezza con il suo fisico imponente e perché è buono. Lui sa che la vuole perché lei è tenera con lui.

Discutono spesso per la questione dell’impegnarsi a cui lui sfugge, discutono di un possibile figlio e quando se ne parla lui cambia argomento, non ammette di avere delle paure al riguardo. Lei, per contro, si sente rifiutata, si chiude a riccio, tiene il broncio per giorni e lui passa dalla sopportazione passiva all’esplosione di rabbia verbale seguita da sensi di colpa. Per come concepisco la terapia di coppia, spesso si configura con la modalità di lavorare sull’individuo alla presenza dell’altro, non solo sul sistema coppia. Questo tipo di lavoro biosistemico sulla coppia, per la grande capacità di creare profonda intimità e conoscenza tra i partner, si sta dimostrando di grande efficacia, anche se è molto impegnativo da svolgere per l’inevitabile aumento delle variabili in gioco. Una grande importanza la riveste l’utilizzo del corpo e contatto fisico in terapia, che tra coniugi è più che mai autorizzato e anche auspicabile.

Colgo una frase di Piero “lei mi vuole legare…” detta a mezza voce (proprio per questo più importante).

T.- Avete voglia di fare un lavoro ora su di voi?

Annuiscono incuriositi. Lui un po’ diffidente.

Dal mobile in cui tengo alcuni oggetti terapeutici estraggo una corda lunga circa tre metri. Lui si mette a sorridere ironico. Lei è seria.

Ora facciamo un lavoro che vi aiuta a sentire quanto e soprattutto come siete legati. Li faccio alzare e li lego assieme per i fianchi, come una cintura, ma per due. Lui cerca di dire battute che liquido dicendo “la vostra vita e la vostra sofferenza sono una cosa seria. E quello che stiamo facendo ora è una cosa seria.” Questo tipo di frase la uso quando è necessario chiudere il clima leggero, le risatine ironiche e l’imbarazzo. Può sembrare una frase dura, ma se pronunciata con profondo rispetto per i temi che si stanno per toccare e amore per le persone è sempre accolta bene, come un invito al silenzio e alla concentrazione.

Una volta legati li invito a percepire come si sentono, chiudendo gli occhi e ascoltando il corpo. Poi li invito a spingere mani contro mani. Piero mostra sin da subito insofferenza. Anna sembra quasi gradire la cosa. Chiedo loro cosa vorrebbero fare.

Piero: “Vorrei fuggire lontano. Tagliare la corda!”

Anna stava già mostrando disappunto e la fermo, intendo approfondire con lui.

T.- Piero, chiudi gli occhi e senti com’è la tua vita legata. Esplora le sensazioni e i ricordi.

-E’ brutto non potere fare niente da solo… avere sempre qualcuno tra i piedi… mi viene sempre in mente quella rompipalle di mia madre… e mi viene rabbia.

T.- Da quale aspetto di tua madre vorresti fuggire?

-… dal suo sguardo indagatore… dalle sue domande …

Ora intervengo sciogliendo il nodo che lega Anna e tengo io saldamente la corda, perché  l’esplorazione della rabbia antica di Piero possa essere espressa in tutta sicurezza. Appena Anna si è spostata Piero ha iniziato a tirare indietro con decisione.

T.- Quali domande? Dinne qualcuna.

-Cosa stai facendo? Dove vai? Che cosa credi da fare?

Le ripeto ad alta voce, una alla volta.

T.- Quale ti risuona di più?

- Cosa stai facendo? E’ quella che mi fa più incazzare.

T.- Ascoltala bene, chiudi gli occhi e senti cosa accade in te. Cosa stai facendo? (ripeto più volte) COSA STAI FACENDO? Alzando la voce.

-… mi sento che sbaglio, che sbaglio tutto, qualsiasi cosa faccio. Mi sento … una nullità!

T.-Una nullità… (ripeto con voce profonda questa Parola Chiave)

-Piero inizia a singhiozzare. Mi sono sentito così sempre. Per mia madre non valgo niente. E vorrei solo sfuggirle lontano.

T.- Ovunque scappi questo dolore starà attaccato a te, ti appartiene.

Piero piange. Anna, poco abituata a questo vorrebbe intervenire per consolarlo, ma la fermo. Non è il momento, non ancora.

T.- Piero, immagina che questa corda è il legame con tua madre. Ora stai tirando indietro, fai ora una cosa diversa. Smetti di tirare, stai in piedi diritto e semplicemente lascia andare la corda, trova le parole per dire addio alla tua mamma, alle sue invasioni e svalutazioni. E al tuo bisogno della sua approvazione. Mentre lasci andare la corda. Lentamente, con consapevolezza, vivi quello che fai.

Piero, lentamente fa quello che gli ho proposto, ma dice:

-Non trovo le parole.

T.-Te ne suggerisco qualcuna identificandomi con te: Mamma, sono Piero, ora ti lascio, la mia vita non è più con te, io ho un valore. E ti voglio bene.

A quest’ultima parola, dolorosa da pronunciare per lui, si commuove ma inizia ad allentare la presa sempre più fino a fare cadere la corda per terra.

T.- Puoi dirglielo ora che le vuoi bene, mentre ti separi da lei.

-…ti voglio….bene….

T.- Ancora una volta

-… ti voglio bene…(e singhiozza) anche se tu mi fai male! (piange copiosamente).

Ora chiedo ad Anna di metterglisi davanti.

T.-Piero, apri gli occhi.

Piero apre gli occhi e vede Anna estremamente commossa. Si abbracciano spontaneamente e a lungo. Quando si riaprono al mondo chiedo:

T.-Meglio affrontare il proprio doloroso passato con la mamma che scappare dalla persona che ami ora, vero?

-Sì.

T.-Ti senti in trappola ora, legato?

-Mi sento legato, ma non sono in trappola. E…ho un valore.

Piero pronuncia questa ultima frase come se fosse una vera scoperta.

T.-Dillo ad Anna!

-..ho un valore…

T.- Diglielo più forte, con la schiena dritta e guardandola negli occhi.

-Ho un valore! (Entrambi sorridono con gioia, ancora commossi).

T.-La prossima volta, se vorrete, esploreremo anche il legame di Anna con il suo passato.

(Precisazione: prima di questa seduta ci sono state alcune sedute individuali di approfondimento con entrambi.)

Conclusioni

Questo articolo non pretende minimamente di essere esaustivo di tutti gli oggetti utilizzabili in psicoterapia. Anche la stessa categorizzazione che ho utilizzato è personale e opinabile. La quantità degli oggetti utilizzabili  in senso terapeutico è quasi infinita, e spesso sono le stesse persone a suggerircene di nuovi. Sicuramente ne saranno utilizzati altri in futuro e ne sono stati usati altri che non ho nominato o che non conosco.

Ma c’è una doverosa puntualizzazione da fare: questi sono solo espedienti, trucchi: il senso profondo dell’agire terapeutico è la relazione, è accompagnare una persona a scoprire risorse che non sapeva di possedere, a connettersi a se stessa. I mezzi per farlo sono infiniti. Questa trattazione non intende, infatti, promuovere l’ennesima “oggettoterapia”, desidera solo essere uno spunto di riflessione sulla nostra creatività e libertà. Ciò che deve essere creativo, è fare qualsiasi cosa sia davvero utile per il cliente. Su quello dobbiamo avere le idee chiare.  Per me è creativa, libera e liberante una cosa utile per la persona che ci chiede aiuto. Una cosa utile può essere magari poco creativa e innovativa per noi, che l’abbiamo vista centinaia di volte, ma è nuova per il cliente ed è apportatrice d’intuizioni e aperture. Creativo è il progetto unico per una particolare persona, partendo da teorie generali per applicarle in una situazione unica, irripetibile. Dobbiamo essere pronti e farci guidare sempre dalla visione del cliente nella sua completezza originaria. Sapere dove lo possiamo condurre, il modo in cui lo portiamo è tutto da scoprire assieme. Anche se spesso si è tentati da strade terapeutiche facili, che propongono protocolli standard, il viaggio con una persona è sempre ed inevitabilmente unico.

Del resto ci sono persone più creative e persone meno creative, quindi anche terapeuti più tradizionalisti e altri più innovatori e l’importante non è fare cose strane o nuove per fobia dell’abitudine e dell’omologazione o fare solo cose consolidate per timore delle novità o del fallimento, ma semplicemente porci il problema per portare un po’ più in là il limite delle cose che sappiamo e possiamo fare. Per avere più frecce al nostro arco. Per lavorare meglio, con più soddisfazione. Allargare i confini e i limiti, che sono soprattutto nella nostra mente.

Ciò che davvero conta è riconoscere come terapeuti i nostri limiti personali e, se riguardano cose modificabili come la rigidità di metodo, provare a incuriosirci, imparare ad ampliare i nostri orizzonti chiedendoci “Perché no?” A questa domanda, in base ad una mia personale ricerca molti giovani terapeuti rispondono:

“Perché mi sentirei ridicolo/a.”

“Perché sembro stupido/a”

“Perché nessuno l’ha mai fatto prima”

“Perché non so se funziona”

“Perché ho paura di fare dei danni”.

A queste obiezioni io rispondo che effettivamente non lo sapremo mai se una cosa funziona finché non la proviamo, che non è un guaio se siamo i primi a fare una cosa, che procurare danni non è poi così facile, che siamo pagati per provare a guarire le persone e non obbligati a riuscirci, che il fallimento è la strada che porta al successo, che la vergogna del ridicolo è il sentimento più penoso e inconfessabile e ogni terapeuta è tenuto a farci i conti. Esso viene dal nostro passato. La vergogna limita e accartoccia le nostre vite, la creatività le libera e le espande.

Mi auguro che la ricerca prosegua fruttuosa, ricordando sempre che la terapia è fatta per restituire vita ai vivi, che il dolore non è una malattia e che il nostro scopo è lavorare morbidi, con cuore e cervello collegati, artisti e scienziati assieme. Buon lavoro!

Segue un breve elenco di alcuni altri oggetti utilizzati in terapia dal sottoscritto o da altri colleghi con buoni esiti per il cliente:

Telecamera e video, Colori a dita, Bacchetta “magica” (adatta per bambini), Asciugamano da torcere o mordere, Cuscino cilindrico da strozzare, Pistola (ovviamente finta), Libri, Musica, Film, Immagini, disegni, Metro da sarta, Coltello (non affilato), Cintura, Lenzuolo bianco per rito funebre, Cuscino a forma di cuore, Corda, Scatola dei ricordi, Fotografie, Filo, Forbici, Martello, Sacco da boxe e guantoni, Maschera inespressiva, Giornale da strappare, Muro.

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